ABUSI, TORTURE E DETENZIONI ILLEGALI NELL’INFERNO LIBICO

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OXFAM, MEDU e BORDELINE SICILIA :
“ABUSI, TORTURE E DETENZIONI ILLEGALI NELL’INFERNO LIBICO”

Un nuovo rapporto denuncia le brutalità all’ordine giorno sui migranti in Libia da parte di milizie locali, trafficanti e bande criminali
Appello urgente per la revoca dell’accordo tra Italia e Libia e per un cambio di rotta della politica UE per il controllo dei flussi migratori

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Roma, 6/7/2017 – Violenze di ogni genere, detenzioni illegali, stupri e torture. E’ quanto denunciano di subire in Libia migranti e rifugiati secondo il nuovo rapporto “L’inferno al di là del mare”, diffuso oggi da Oxfam, Borderline Sicilia, MEDU (Medici per i Diritti Umani) in occasione del vertice dei Ministri degli Interni europei di Tallinn e della conferenza “Solidarietà e Sicurezza” convocata per oggi a Roma dal Ministero degli Esteri, assieme all’Alto Commissario per la Politica estera Ue Federica Mogherini e ai Ministri degli Esteri dei Paesi africani di transito dei flussi migratori. Due appuntamenti che avranno, entrambi tra gli obiettivi principali la “chiusura” della frontiera sud della Libia e il rafforzamento della cooperazione europea con il paese nord- africano.

Sullo “sfondo” però centinaia di persone – arrivate in Sicilia negli ultimi 12 mesi –  che raccontano di essere state picchiate, abusate, vendute e arrestate illegalmente dalle milizie locali, dai trafficanti di esseri umani e dalle bande armate che “controllano” gran parte del territorio libico. Uomini, donne e bambini fuggiti da guerra, persecuzioni e povertà nei paesi di origine, arrivate con attese e speranze di una vita migliore in quella Libia divenuta la porta d’Europa, per poi scoprire di essere finite in un vero e proprio inferno.

“NON TI SENTI PIU’ UN ESSERE UMANO”: LE TESTIMONIANZE DEGLI ABUSI SUBITI IN LIBIA

Con questa frase si potrebbe riassumere gran parte delle testimonianze raccolte. Una fotografia in cui l’84% delle persone intervistate ha dichiarato di avere subito trattamenti inumani tra cui violenze brutali e tortura, il 74% ha dichiarato di aver e assistito all’omicidio o alla tortura di un compagno di viaggio, l’80% di aver subito la privazione di acqua e cibo e il 70% di essere stato imprigionato in luoghi di detenzione ufficiali o non ufficiali.

“Sono stato arrestato da una banda armata mentre stavo camminando per la strada a Tripoli- racconta H.R, 30 anni dal Marocco – mi hanno portato in una prigione sotterranea e mi hanno detto di chiedere il riscatto alla mia famiglia (…) Mi hanno picchiato e ferito diverse volte con un coltello. (…) Un muscolo nel mio braccio sinistro è stato completamente lacerato (…) Stavo per morire a causa delle botte (…) Violentavano regolarmente gli uomini. Per spaventarci, in varie stanze amplificavano le urla per le violenze a cui gli altri detenuti erano sottoposti”.

“(…) C’erano circa 300 persone nella prigione (…). Mi hanno fatto fare qualsiasi tipo di lavoro (…). Ci davano da mangiare raramente. Mi picchiavano, a volte mi hanno torturato (…)” – aggiunge C.B., 28 anni, arrivato in Libia dal Gambia.

“(…) Ho lasciato il mio paese e ho raggiunto mio fratello in Libia – ricorda K.M. , 27 anni, originaria della Costa d’Avorio, intervistata al CARA di Mineo –  Un giorno un gruppo di soldati è entrato nella nostra casa. (…) Mi hanno picchiata e sono stata violentata davanti a mio fratello e mia figlia. Mio fratello ha cercato di difendermi ed è stato picchiato selvaggiamente (…).”


GLI EFFETTI DELLA “CHIUSURA” DELLA ROTTA CENTRALE DEL MEDITERRANEO

Di fronte alla palese violazione dei diritti umani dei migranti in Libia, desta particolare preoccupazione quindi l’obiettivo di Italia e UE di rafforzare il controllo dei flussi migratori non solo da Italia a Libia ma anche con finanziamenti a paesi di transito come Niger, Mali, Etiopia, Sudan e Ciad, dietro una loro maggiore collaborazione nel controllo delle frontiere e nelle procedure di rimpatrio e espulsione, ma senza chiedere loro di rispettare standard nella tutela dei diritti umani dei migranti. Queste misure sembrano tracciare un disegno volto alla chiusura della rotta centrale del Mediterraneo, senza però che vengano predisposti meccanismi di ingresso regolari e sicuri verso l’Italia e l’Europa. Il rischio è quindi quello di creare così “nuovi inferni” per le persone in fuga da conflitti, abusi, violenze, fame e povertà.

Peraltro, tali accordi oltre a essere preoccupanti sul piano dei diritti umani sono lungi dall’essere efficaci: nonostante l’addestramento della guardia costiera libica da parte della missione Eunavformed e la consegna di motovedette da parte dell’Italia, ad oggi, gli arrivi via mare dalla Libia sono aumentati del 13% rispetto all’anno scorso.

L’APPELLO ALL’ITALIA E ALL’EUROPA PER UN RADICALE CAMBIO DI ROTTA

Di fronte al contesto di un Paese estremamente fragile in cui – secondo le stime delle Nazioni Unite – 1,3 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, Oxfam, Borderline Sicilia e MEDU lanciano perciò un appello urgente per un radicale cambio di rotta nella politica europea e italiana nella gestione dei flussi migratori diretto prioritariamente:

  • a una immediata revoca dell’accordo tra Italia e Libia;
  • a una revisione degli accordi con i paesi di transito (cosiddetti compacts) finalizzata solo a favorire lo sviluppo sostenibile dei paesi poveri e il rispetto dei diritti umani dei migranti, senza mirare al controllo delle frontiere;
  • a impedire agli Stati membri di stipulare accordi con i paesi di emigrazione o transito il cui governo e le forze di sicurezza non garantiscano il pieno rispetto dei diritti umani;
  • all’attivazione dell’Italia per un intervento di identificazione precoce, assistenza e riabilitazione dei richiedenti asilo vittime di torture, come previsto dalla normativa europea;
  • al potenziamento di canali di immigrazione, sicuri e regolari verso l’Europa, facilitando i processi di ricongiungimento familiare e garantendo la possibilità di richiedere asilo nei paesi europei di arrivo;
  • a consentire rimpatri dei migranti dagli Stati Ue nei paesi di origine, solo attraverso procedure fondate sul rispetto dei diritti umani, e mai a condizioni che li possano mettere in pericolo.