Il caso Cucchi e la tortura (ovvero di cosa è morto Stefano)

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E’ moralmente impossibile rimanere neutrali di fronte a questo conflitto, e gli
astanti sono obbligati a schierarsi. La posizione del carnefice è estremamente
invitante da sostenere, dato che tutto quel che chiede agli astanti è di non fare
nulla, facendo leva sul desiderio universale di non vedere, non sentire, e non
parlare del male. La vittima al contrario, chiede all’astante di condividere il suo
fardello o la sua sofferenza: pretende azione, impegno, memoria.


Judith Lewis Herman


La tortura appartiene solo ed esclusivamente all’uomo. Essa rappresenta, più di ogni altro atto, l’ambiguità della condizione umana. Quando poi l’oscenità della tortura si insinua nello Stato di diritto e vi alberga senza troppo clamore, nella passiva indifferenza dei più , allora le ombre di questa ambiguità si proiettano al di là di un confine di sicurezza oltre il quale, per l’astante che vuole vedere e sentire, vi sono inevitabilmente angoscia e inquietudine. E’ questa secondo noi una delle ragioni per cui la tragica vicenda di Stefano Cucchi ha suscitato e continua a suscitare tanta attenzione nell’opinione pubblica del nostro paese: la violenza a cui viene sottoposto un uomo mentre privato della libertà si trova nelle mani dello Stato; l’impunità nei confronti dei colpevoli; la possibilità concreta che un tale evento – ben lungi dall’essere un fatto eccezionale – possa ripetersi con una certa frequenza in un silenzio connivente e, soprattutto, che possa potenzialmente coinvolgere, in modo diretto o indiretto, qualsiasi cittadino.

Ma cosa si intende per tortura ? E quello di Stefano Cucchi è stato effettivamente un caso di tortura? Come è noto in Italia – ambiguità nell’ambiguità – non è stato ancora introdotto il reato di tortura e per rispondere al primo quesito dobbiamo perciò ricorrere alla definizione contenuta nell’articolo 1 della Convenzione contro la tortura (CAT) delle Nazioni Unite approvata nel 1984 e ratificata dal nostro paese nel 1988. Essa non è certamente l’unica, ma è senza dubbio la più nota e riconosciuta a livello internazionale: “Tortura indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona gravi dolori o sofferenze, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un pubblico ufficiale o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso
espresso o tacito”.

Perché vi sia tortura dunque devono essere contestualmente presenti alcuni elementi imprescindibili. Il primo di questi prevede che attraverso una determinata azione vengano inflitti alla vittima dolori o sofferenze, fisiche o mentali e che l’intensità di tali sofferenze sia tale da definirli gravi. La definizione richiede poi che i dolori e le sofferenze siano inflitti intenzionalmente e non siano dunque frutto di una mera negligenza. Se ad esempio un prigioniero è privato di acqua e cibo, non per precisa volontà dei suoi carcerieri ma perché gli stessi non hanno i mezzi per garantirglieli in modo adeguato, si tratta di un trattamento inumano o degradante e non di tortura. L’inflizione intenzionale di dolore o sofferenze deve essere compiuta per uno scopo specifico e cioè quello di ottenere informazioni o confessioni oppure di punire oppure di intimorire oppure ancora in ragione di qualsiasi forma di discriminazione. Infine affinché per la Nazioni Unite si possa parlare di tortura, l’identità dell’autore dell’azione deve essere riconducibile ad un agente della funzione pubblica.

Stefano Cucchi è stato dunque vittima di tortura? Per rispondere è essenziale valutare ciascuno dei singoli aspetti appena citati. La sera del 15 ottobre 2009, Cucchi, 31 anni e una lunga storia di tossicodipendenza alle spalle, viene fermato dai carabinieri in un parco romano mentre nell’ambito di un’operazione di contrasto allo spaccio di stupefacenti è sorpreso a cedere degli involucri trasparenti ad un altro giovane in cambio di una banconota. A partire da quel momento per Stefano ha inizio una lunghissima settimana che lo condurrà alla morte dopo averlo visto transitare in due caserme dei carabinieri, nelle celle di sicurezza e nell’aula di un tribunale, in infermerie e stanze di pronto soccorso, in prigione e infine nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini. Veniamo ora ai fatti. In base alle evidenze emerse si può certo affermare che nelle ore successive al fermo Cucchi subì almeno un’aggressione la quale gli provocò gravi dolori e sofferenze, sia fisiche che psichiche. In conseguenza di un “violentissimo pestaggio” – così lo definisce la Procura di Roma nella recente richiesta di incidente probatorio – Stefano riporta certamente un duplice trauma al capo (in regione frontale sinistra e parieto-temporale destra) e una frattura alla quarta vertebra sacrale. I consulenti tecnici delle parti civili hanno inoltre sempre sostenuto la presenza di una concomitante frattura della terza vertebra lombare, recentemente individuata anche da una nuova consulenza radiologica prodotta dalla famiglia Cucchi e acquisita dalla Procura di Roma. A partire da quel momento e fino alla morte, il dolore intenso e persistente è senz’altro il sintomo fisico che più affligge Stefano: vivi dolori a livello sacro coccigeo in corrispondenza della frattura sacrale, ma anche alla schiena, agli arti inferiori, mal di testa e dolori generalizzati. Nel documento di motivazione della sentenza di primo grado la parola dolore ricorre ben cinquanta volte nelle testimonianze di medici, infermieri e agenti che lo hanno avuto in custodia. Non c’è però solo il dolore fisico. Le sofferenze psichiche provocate dalle violenze subite e le devastanti conseguenze che esse hanno avuto nell’evoluzione del quadro clinico di Stefano sono al centro dell’indagine medica indipendente che abbiamo realizzato con Massimiliano Aragona (Il caso Cucchi. Un’indagine medica indipendente, Medici per i Diritti Umani, ottobre 20151) e su cui torneremo in modo esteso più avanti. Da qualsiasi parte lo si voglia vedere, dunque, il primo elemento specifico della tortura – gravi dolori o sofferenze, fisiche o mentali – è nel caso di Cucchi assai difficilmente confutabile.

Una cosa ormai è certa: Cucchi non è caduto dalle scale. Stefano Cucchi è stato vittima di violenza intenzionale mentre, dopo essere stato arrestato, si trovava nelle mani dello Stato. Lo riconoscono i giudici nelle motivazioni della sentenza d’appello (“le lesioni subite dal Cucchi debbono essere necessariamente collegate ad un’azione di percosse; e, comunque, ad un’azione volontaria”) e lo afferma esplicitamente la procura di Roma quando parla di “violentissimo pestaggio” da parte dei carabinieri. Lo indica chiaramente la nostra indagine nella parte in cui ricostruisce la sequenza dei sintomi manifestati da Stefano dopo il fermo. Le violenze di cui è stato vittima Cucchi e dunque i dolori e le sofferenze da esse provocate, non solo sono state inflitte in modo intenzionale ma sono anche con certezza collocabili nella finestra temporale che va dalla fine della perquisizione domiciliare (ore 2 del 16 ottobre) alla visita medica effettuata presso la città giudiziaria di Piazzale Clodio il 16 ottobre alle ore 14. In altri termini le violenze subite da Stefano, occorse in un momento successivo all’arresto, sono certamente riconducibili ad agenti della funzione pubblica. Secondo le nuove indagini della Procura di Roma gli autori del pestaggio sarebbero i carabinieri, i primi ad aver avuto in custodia Stefano dopo l’arresto. Nelle conclusioni della nostra indagine si ritiene altamente probabile che l’aggressione abbia avuto luogo nel periodo intercorso tra le 2 e le 4.30 del 16 ottobre, periodo in cui il detenuto Cucchi era sotto il controllo dei carabinieri.

Rimane ora un’ultima questione da affrontare nell’analisi di un caso di tortura: le finalità che hanno spinto all’atto violento. A nostro parere, gli elementi a disposizione sul caso Cucchi depongono coerentemente per la presenza di propositi riconducibili all’articolo 1 della CAT. In altri termini l’aggressione è stata mossa da uno o più scopi specifici, ovvero punizione per un comportamento che il giovane potrebbe aver tenuto dopo l’arresto e/o incutere timore e/o ottenere informazioni in merito agli stupefacenti di cui era stato trovato in possesso al momento della perquisizione personale (provenienza, fornitori, nascondigli) e/o discriminazione nei confronti di una persona stigmatizzata come tossicodipendente e spacciatore. Alcuni elementi raccolti nel corso dell’indagine bis condotta dalla Procura di Roma potrebbero essere determinanti nel chiarire questo aspetto. Riguardo ai motivi che fecero scaturire l’azione dei carabinieri, la Procura scrive che “il pestaggio fu originato da una condotta di resistenza posta in essere dall’arrestato al momento del fotosegnalamento presso i locali della compagnia carabinieri Roma Casilina, subito dopo la perquisizione domiciliare”. D’altra parte, la recente testimonianza di un ex-detenuto che incontrò Cucchi dopo l’arresto indicherebbe come movente del pestaggio proprio il tentativo di ottenere informazioni sulla droga. Ma c’è ancora dell’altro. In un’intercettazione telefonica, la ex-moglie di uno dei carabinieri indagati ricorda al militare come lui stesso le aveva raccontato quanto si erano divertiti a pestare “quel drogato di merda”. I tre possibili moventi (punire un comportamento, ottenere informazioni, discriminare) non si escludono necessariamente a vicenda essendo del tutto plausibile la coesistenza di molteplici motivi all’origine dell’aggressione.

Tutti gli elementi concordano, quello di Stefano Cucchi è stato un caso di tortura. Ma perché è così importante potere arrivare ad affermarlo? Non è sufficiente accontentarsi di aver appurato con certezza che il giovane romano fu vittima di un violento pestaggio mentre era sotto la tutela degli organi dello Stato? Per quanto ci riguarda, riteniamo sia qui essenziale dissipare qualsiasi grande o piccola mistificazione. Siamo convinti che in una vicenda a suo modo esemplare come questa poter chiamare le cose con il proprio nome sia una premessa indispensabile per una presa di coscienza collettiva sulla necessità di prevenire e contrastare il desiderio di non vedere, non sentire, e non parlare proprio di questo male. Al momento dell’arresto Stefano Cucchi era una persona in condizioni di fragilità psico-fisica, fu sottoposto dopo il fermo a una forma di violenza chiamata tortura e una settimana dopo aver subito questo abuso perse la vita.

L’evento aggressione e l’evento morte sono tra loro collegati? Ovvero le violenze subite da Cucchi ne hanno poi causato la morte oppure il decesso è sopravvenuto per motivi del tutto indipendenti? Questo è il secondo punto cruciale, oggetto della nostra indagine medica, le cui conclusioni sono univoche: non è possibile comprendere la tragica vicenda di Stefano Cucchi senza prendere in considerazione, oltre alla violenza fisica, la dimensione del trauma psichico e la gravità delle sue conseguenze. E’ ben noto in psichiatria che esperienze traumatiche particolarmente intense possano spesso provocare gravi disturbi da stress post traumaico. Ma non solo. Lo stesso DSM-5, uno dei sistemi di classificazione delle malattie mentali più utilizzato al mondo, segnala che la probabilità di sviluppare un disturbo da stress post-traumatico è molto più alta (fino al 50%) in quegli individui che hanno subito un trauma di natura interpersonale (aggressioni, pestaggi, abusi fisici e tortura) rispetto a coloro che sono sopravvissuti ad eventi stressanti di altra natura, come ad esempio un incidente automobilistico. In altri termini, nel caso di violenze inflitte l’effetto psico-traumatico intrinseco è di gran lunga superiore. Del resto, secondo molti studiosi l’essenza del trauma risiede proprio nell’assoluta impotenza combinata con l’impossibilità di poter contare sulla protezione e la cura delle persone più vicine. Nella vicenda di Stefano Cucchi queste condizioni si sono entrambe verificate con conseguenze nefaste. Vediamo in che modo.

Stefano Cucchi non solo ha subito un “violentissimo pestaggio” mentre era in stato di detenzione e perciò di una condizione di oggettiva impotenza ma gli è anche stato impedito di comunicare con i propri familiari e con persone di fiducia mentre si trovava in una condizione carceraria (il reparto ospedaliero protetto del Pertini è dotato di celle come una prigione) nella sua ultima settimana di vita. Impotenza e abbandono dunque. E’ stato in altre parole costantemente sottoposto a quelli che in psicopatologia vengono definiti fattori ri-traumatizzanti, i quali acuiscono o favoriscono ex-novo l’insorgenza di eventuali disturbi post-traumatici. Se dunque è assolutamente certo che Stefano Cucchi ha subito gravi eventi traumatogeni ed evidenti condizioni ritraumatizzanti, è dunque necessario verificare se egli abbia effettivamente sviluppato una patologia post-traumatica acuta e che eventuale ruolo tale disturbo psichico abbia avuto nella sua morte. Quando si parla di disturbi mentali o psichici è bene ricordare che la distinzione tra malattie mentali e malattie fisiche rappresenta ormai un riduttivo anacronismo riguardante il dualismo mente/corpo. C’è molto di fisico nei disturbi mentali e molto di mentale nei disturbi fisici, e questo è particolarmente vero per le sindromi post-traumatiche nelle quali vi è una disregolazione del sistema psico-biologico dell’individuo nel suo complesso.

Tornando ai fatti, la nostra indagine ha concluso che in conseguenza delle violenze subite, Cucchi sviluppò nelle ore e nei giorni successivi una grave reazione psicopatologica post-traumatica caratterizzata da un insieme coerente di sintomi e comportamenti: sofferenza psicologica intensa e prolungata con marcate reazioni psicofisiologiche quando esposto ad aspetti che simbolizzano o ricordano il trauma subito; incapacità di ricordare con coerenza l’episodio delle percosse ed evidente volontà di non parlare dello specifico evento; persistente condotta ritirata ed evitante; ipervigilanza e sospettosità simil-paranoidea, con diffidenza e paura nei confronti dei rappresentanti dell’autorità, medici compresi; umore deflesso; comportamento irritabile, aggressività verbale e manifestazioni di rabbia; disinteresse nei confronti di se stesso e della propria salute; episodi di insonnia; importante diminuzione dell’appetito con perdita di peso; nausea e astenia. Nelle ore e nei giorni successivi alle violenze, Stefano Cucchi sviluppò dunque una sindrome post-traumatica acuta. In condizioni simili, dove come già detto gli aspetti biologici e quelli psicologici non sono tra loro separabili, spesso il soggetto traumatizzato sperimenta una grave alterazione di alcune funzioni vitali come la nutrizione e il sonno: perdita o diminuzione dell’appetito, rifiuto di cibo e liquidi con conseguente drastico calo di peso, insonnia.

A pochi giorni dalla morte, la famiglia decide di rendere pubbliche le foto del cadavere di Stefano all’obitorio, un corpo di una spaventosa magrezza, segnato da numerose lesioni, particolarmente evidenti al volto. Un corpo che diventa l’atto di accusa più schiacciante. Ed in effetti la sussistenza delle lesioni traumatiche e le condizioni di grave deperimento in cui versava Stefano Cucchi al momento della morte sono forse gli unici elementi su cui è stato raggiunto un ampio consenso tra le numerose consulenze tecniche, perizie ed indagini che si sono succedute in questi anni. Al momento del decesso Stefano pesava meno di quaranta chili (con un indice di massa corporea indicativo di
uno stato di estrema denutrizione) mentre all’ingresso ne pesava circa 50 (malnutrizione lieve), avendo perso in meno di una settimana ben dieci chili. E’ stato contestato che il peso di Cucchi all’ingresso di Regina Coeli non fosse stato preso correttamente e che in realtà Stefano pesasse in quel momento meno di 50 chili, ma questo non cambia la sostanza dei fatti; rende semmai più critico il suo stato di vulnerabilità iniziale e quindi aggrava le responsabilità di chi ha agito violenza su di lui. La sostanza inconfutabile dei fatti è che in quella settimana Stefano è andato incontro a un drammatico calo di peso che ha provocato una grave sindrome da inanizione, cioè un quadro clinico prodotto dalla privazione di cibo e liquidi, di cui il suo cadavere porta inequivocabile evidenza. In altre parole, l’inanizione ha avuto un ruolo determinante nel provocare l’esito fatale; sia se la si consideri causa esclusiva della morte come sostenuto dai periti della Corte d’Assise nel processo di primo grado sia se la si ritenga una concausa che abbia agito insieme ad altri fattori patogeni direttamente provocati dagli esiti fisici delle violenze come asserito dai medici consulenti della famiglia Cucchi.

La sequenza causale degli eventi che in sei giorni hanno portato alla demolizione di un essere umano è dunque completa. L’aggressione violenta, la tortura; il trauma che colpisce il corpo e la mente; il manifestarsi di una sindrome post-traumatica acuta con i suoi segni e i suoi sintomi; una grave alterazione della funzione vitale della nutrizione con perdita o diminuzione dell’appetito, rifiuto del cibo e dei liquidi con conseguenti disidratazione e drastico calo di peso; la sindrome di inanizione che divora le riserve dell’organismo e che certamente contribuisce come concausa decisiva a provocare il successivo arresto cardiaco e la morte. Tale ricostruzione degli eventi patogeni spiega quello che viene percepito da chiunque si avvicini con un minimo di attenzione a questa vicenda; vale a dire che Stefano Cucchi non sarebbe morto se non fosse stato arrestato quella notte del 15 ottobre di sette anni fa. Essa riordina in un insieme coerente, completo e leggibile il mosaico degli innumerevoli, e a volte apparentemente contraddittori, dati clinici del caso Cucchi: le violenze inferte a Stefano sono state la causa prima della sua morte.

Alberto Barbieri
Medici per i diritti umani


Ufficio stampa Medu – 3343929765 / 0697844892 info@mediciperidirittiumani.org

Medici per i Diritti Umani (MEDU) è un’organizzazione umanitaria indipendente che nella sua esperienza ha prestato assistenza sanitaria a centinaia di migranti e rifugiati che mentre si trovavano in stato di detenzione nel loro paese o durante la rotta migratoria sono stati vittime di violenza e trattamenti inumani e degradanti. In questa prospettiva, MEDU ha ritenuto coerente e necessario occuparsi di un caso italiano come quello di Stefano Cucchi che in una sola vicenda riassume i troppi nodi irrisolti riguardanti la tutela dei diritti fondamentali di coloro che sono privati della libertà personale nel nostro paese. L’indagine “Il Caso Cucchi” è stata realizzata con il sostegno di Open Society Foundations.