Piana del Sele – Eboli: lo sfruttamento dei braccianti immigrati (e non solo) nella “California d’Italia”

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Il ghetto di San Nicola Varco non esiste più ma rimangono gravi le condizioni di sfruttamento dei migranti impiegati in agricoltura nella Piana del Sele. Nei mesi di maggio e giugno, un team di Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha intervistato 177 lavoratori migranti e prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a 133 di essi. Dalle testimonianze e dai dati raccolti, emerge che sebbene tre migranti su quattro siano regolarmente soggiornanti e il 61% sia in possesso di un contratto di lavoro, continuano a perpetuarsi sistemi di sfruttamento pervasivi basati su sottosalario, pratiche fraudolente e caporalato. L’80% dei migranti intervistati guadagna 30 euro a giornata o addirittura meno. Le pratiche illegali ai danni dei braccianti vanno dalle irregolarità contributive, quasi la norma sia tra i lavoratori italiani che stranieri, alla vendita di falsi contratti di lavoro che possono arrivare a costare 6.000 euro. Persistono inoltre serie condizioni di emarginazione sociale con allarmanti ricadute anche sull’accesso alle cure: solo la metà dei migranti intervistati in possesso di un permesso di soggiorno è iscritta al Servizio sanitario nazionale. Tale situazione risulta tanto più inaccettabile nel momento in cui si produce in un’area che, per la ricchezza delle sua agricoltura e per i prodotti di eccellenza dei suoi comparti, è stata definita la “California d’Italia”.

Il contesto

È un’agricoltura d’eccellenza quella della fertile Piana del Sele, un territorio di circa 500 chilometri quadrati che si estende a sud di Salerno. Oltre quattomila imprese agricole(1), cinquemila ettari di serre e molti comparti agricoli: dall’olivicolo al vitivinicolo, dal lattiero-caseario all’allevamento, dall’orticultura alla fragolicoltura e, in special modo, alla produzione d’insalate pronte per il consumo, uno dei comparti maggiormente in espansione con tremila ettari di serre dedicate(2).  Un’economia così variegata e in crescita da determinare nell’ultimo anno un aumento del 15% dell’export dell’agroalimentare della Provincia di Salerno(3)  e la trasformazione di quattrocento ettari di terra in nuove serre produttive(4).

Poiché le colture e le produzioni sono perlopiù in serra, l’attività agricola nella Piana non ha le caratteristiche della stagionalità ma al contrario si distribuisce nell’arco di tutto l’anno, con picchi nei mesi primaverili ed estivi. Dei circa quattordicimila lavoratori agricoli registrati negli elenchi INPS, circa il 50% è rappresentato da stranieri provenienti prevalentemente dal Marocco e dai paesi comunitari dell’est europeo come Romania e Bulgaria. La proporzione effettiva di migranti impiegati nelle attività agricole della Piana oscilla, secondo alcune stime, tra il 60 e l’80%(5) . Tali lavoratori iniziarono ad affluire durante gli anni Novanta e il loro numero si è costantemente accresciuto di pari passo con la contrazione dell’offerta di manodopera locale.

A partire dal 2009, in seguito allo smantellamento del ghetto di San Nicola Varco che accoglieva nei picchi stagionali oltre mille braccianti immigrati – per la maggior parte irregolari e in condizioni abitative ed igienico-sanitarie disastrose -, si è assistito ad una progressiva distribuzione dei lavoratori stranieri nel territorio della Piana, ad un parziale miglioramento delle loro condizioni abitative e ad un aumento dei migranti in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Ciò è stato in parte determinato dalla possibilità di accedere a case in affitto (soprattutto nelle aree di Capaccio, Bivio Santa Cecilia – Eboli, litoranea Salerno-Paestum) e dalle regolarizzazioni avvenute in seguito alle sanatorie del 2010 e del 2012. Nonostante tale evoluzione, le condizioni di sfruttamento dei braccianti rimangono tuttavia estremamente preoccupanti.

L’intervento di MEDU

Nei mesi di maggio e giugno, un team di Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha intervistato 177 lavoratori migranti e prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a 133 di essi. L’ambulatorio mobile di MEDU, impegnato nell’ambito del progetto Terragiusta,  ha operato presso la sede FLAI/CGIL di Santa Cecilia (Eboli) e lungo la litoranea Salerno-Paestum (zona di Campolongo). Delle 177 persone intervistate, l’87% era impiegato in agricoltura, l’85% era composto da uomini, l’età media è risultata essere di 35-36 anni e i principali paesi di provenienza sono stati il Marocco (85%), l’Algeria (6,2%) e la Romania (5,7%). Come rilevato anche nella Piana di Gioia Tauro (vedi Report Accoglienza dei lavoratori stagionali. Rosarno e la Piana di Gioia Tauro sono rimasti soli), si tratta di una popolazione titolare di un regolare permesso di soggiorno in oltre il 70% dei casi. Tuttavia, a differenza degli stranieri impiegati in agricoltura in Calabria, non vi sono rifugiati né titolari di protezione internazionale, bensì persone in possesso – in più dell’80% dei casi – di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Il lavoro, lo sfruttamento e l’illegalità

Dei 130 lavoratori stranieri regolari intervistati da MEDU, il 75% ha affermato di avere un contratto di lavoro. Nonostante la paga minima giornaliera prevista dai contratti collettivi vigenti sia di circa 48 euro giornalieri, il 62% di essi ha dichiarato di percepire 30 euro al giorno, il 16% meno di 30 euro, il 13% tra i 31 e i 40 euro e solo il 2% oltre i 40 euro . Per quanto concerne il versamento dei contributi sociali, il 64% ha dichiarato di vedersi riconosciute un numero di giornate inferiori a quelle effettivamente svolte, il 17% dichiara di non sapere se gli siano state o gli saranno riconosciute delle giornate di lavoro a livello contributivo mentre il 19% non ha risposto alla domanda. Tra i migranti che hanno affermato di avere un contratto di lavoro, il 12% ha ammesso il ricorso al caporale. Tra i braccianti privi di permesso di soggiorno, invece, il 69% ha dichiarato di percepire 30 euro al giorno, il 24% meno di 30 euro e infine solo il 7% tra i 31 e i 40 euro(6). Sempre tra i lavoratori irregolarmente soggiornanti, il 43% ha ammesso il ricorso all’intermediazione di un caporale e il 17% non ha accettato di rispondere. Un terzo di tutti i lavoratori intervistati ha inoltre dichiarato di dover pagare una somma di denaro per poter raggiungere il posto di lavoro ad un caporale (in media 3,9 euro) o, in percentuali più ridotte (in media 2,7 euro), ad un autista e/o conoscente.

Nonostante, dunque, nella Piana del Sele il 61% di tutti i lavoratori agricoli intervistati abbia affermato di essere in possesso di un regolare contratto di lavoro, le testimonianze e i dati raccolti evidenziano un modello di agricoltura ancora basato sullo sfruttamento dei braccianti immigrati e sul caporalato. Il lavoro dei braccianti resta gravemente sottopagato – in media 30 euro al giorno – nella quasi totalità dei casi con poche differenze rispetto alle condizioni di regolarità o meno del soggiorno o al possesso di un contratto di lavoro. La presenza del contratto di lavoro, del resto, nasconde in molti casi un pervasivo sistema d’illegalità. Dal punto di vista contributivo, emergono gravi irregolarità a danno dei due terzi dei migranti che hanno dichiarato di possedere un contratto di lavoro. Il fenomeno delle buste paga fittizie in agricoltura sembra del resto essere un nodo strutturale e persistente che in passato interessava principalmente i lavoratori italiani e adesso, data la percentuale sempre maggiore di lavoratori migranti, anche gli stranieri (vedi video Le donne della Piana). Il fenomeno del caporalato continua inoltre ad essere presente in modo preoccupante soprattutto, ma non esclusivamente, tra i braccianti privi di permesso di soggiorno dal momento che quasi i due terzi di essi hanno ammesso di essere stati costretti a farvi ricorso oppure non hanno accettato di rispondere alla domanda.

Sembra inoltre persistere un fenomeno già in atto da oltre un decennio: quello delle truffe ai danni degli immigrati attraverso la vendita di falsi contratti di lavoro in agricoltura (vedi video La storia di Mohamed). Sebbene la paura e la condizione di vulnerabilità impediscano spesso alle vittime di parlarne apertamente, il team di MEDU ha potuto raccogliere alcune testimonianze dirette riguardanti un sistema fraudolento gestito da reti organizzate di stranieri e di italiani che sfrutta in particolare i decreti flussi stagionali. I migranti, per lo più di nazionalità marocchina, effettuano il loro primo ingresso nel nostro Paese nel momento in cui alcuni connazionali che risiedono in Italia e fungono da intermediari procurano i nulla osta delle Prefetture a nome di aziende realmente esistenti o anche fittizie. In questo caso i migranti sono obbligati a pagare dai 3.000 ai 6.000 euro l’organizzazione che gestisce il sistema per trovarsi poi in una condizione di irregolarità poiché al momento del perfezionamento della procedura di assunzione, da effettuarsi entro otto giorni dall’arrivo in Italia, il datore di lavoro risulta irreperibile. L’altro meccanismo che viene descritto nelle testimonianze è quello della compravendita dei contratti utili al rinnovo del permesso di soggiorno. In questo caso un contratto può costare al migrante dai 500 ai 1.500 euro.

La salute e la mancata integrazione

Per quanto concerne il legame tra salute e condizioni di lavoro, il 15,6% dei lavoratori intervistati ha affermato di entrare in contatto diretto o indiretto con fitofarmaci e, nell’80% dei casi, di non fare uso della mascherina protettiva. Inoltre l’86% dei braccianti, pur utilizzando presidi di sicurezza come guanti e scarpe, è obbligato in quattro casi su cinque a procurarseli autonomamente poiché non gli vengono forniti, come sarebbe d’obbligo, dal datore di lavoro. Tra le malattie riscontrate la maggior parte risultano inerenti alla tipologia di lavoro e alle condizioni lavorative: patologie dell’apparato muscolo-scheletrico, da sollevamento pesi o da postura lavorativa, patologie allergiche per esposizione ai numerosi allergeni che si riscontrano in natura e patologie cutanee. Anche dal punto di vista dell’integrazione sanitaria e dell’accesso alle cure emergono forti elementi di criticità dal momento che all’interno del campione intervistato il 50% delle persone regolarmente soggiornanti ha dichiarato di non essere iscritta al Servizio Sanitario Nazionale.

In relazione alle condizioni abitative, la maggior parte dei migranti intervistati risiede in una casa in affitto, in media con altri quattro connazionali, mentre l’8% ha dichiarato di vivere in edifici abbandonati in condizioni igienico-sanitarie precarie. Trattandosi per lo più di una popolazione stanziale che risiede in Italia in media da sette anni (il 25% ha dichiarato di essere nel Paese da più di 10 anni), più del 70% degli intervistati ha dimostrato un livello buono o sufficiente della lingua italiana. Ciononostante, del 21% che possiede una scarsa conoscenza dell’italiano, oltre la metà è rappresentato da migranti che vivono nel nostro Paese da oltre due anni, a dimostrazione di fattori di isolamento e di esclusione tutt’ora persistenti. Nonostante la lunga permanenza in Italia, inoltre, solo poco più di metà dei migranti regolarmente soggiornanti è in possesso della carta di identità e, in 12 casi, gli intervistati hanno dichiarato di aver dovuto pagare dai 150 ai 300 euro un connazionale o un affittuario italiano per ottenere una dichiarazione di ospitalità e potersi così iscrivere all’anagrafe del Comune di residenza.

Nonostante l’espressione più emblematica delle drammatiche condizioni dei braccianti immigrati nella Piana del Sele, il ghetto di San Nicola Varco, non esista più da oltre quattro anni, l’indagine realizzata da MEDU evidenzia il persistere di condizioni di sfruttamento ed esclusione nei confronti dei lavoratori migranti impiegati in agricoltura. Tale situazione risulta tanto più inaccettabile nel momento cui si produce in un’area che per la ricchezza delle sua agricoltura e per i prodotti di eccellenza dei suoi comparti è stata definita la “California d’Italia”. Sebbene nel corso degli anni sia progressivamente diminuito il numero di lavoratori immigrati irregolari o comunque costretti a lavorare in nero, l’aumento dei migranti in possesso di un contratto di lavoro non ha prodotto in realtà un significativo miglioramento delle condizioni di lavoro dal momento che dietro questo dato si cela nei fatti un sistema pervasivo basato su sottosalario, pratiche fraudolente e caporalato volti a perpetuare le medesime condizioni di sfruttamento.


NOTE

(1) Registro imprese della Camera di Commercio di Salerno, maggio 2014.
(2) Intervista con Rosario Rago, Presidente Confagricoltura Salerno (26.06.14).
(3) Ibidem.
(4) Intervista con Salvatore Loffreda, Direttore Federazione Provinciale Coldiretti Salerno (14.05.14).
(5) Interviste con Giovanna Basile, Segretaria Generale FLAI-CGIL Salerno (06.06.14) e con Anselmo Botte, Segreteria Confederale CGIL Salerno (20.06.14).
(6) Il 7% non ha risposto.


Ufficio stampa – 3343929765 / 0697844892 info@mediciperidirittiumani.org

Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha avviato a gennaio 2014 il progetto “TERRAGIUSTA. Contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura” in collaborazione con l’ Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e il Laboratorio di Teoria e Pratica dei Diritti (LTPD) del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre. Il progetto è realizzato con il supporto della Fondazione Charlemagne, di Open Society Foundations, della Fondazione con il Sud e della Fondazione Nando Peretti.