POMODORO/BASILICATA: SI CHIUDE LA STAGIONE TRA LAVORO GRIGIO E CAPORALATO

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Il “laboratorio Basilicata” si conferma un percorso a metà. Aumentano i contratti ma nei campi permangono condizioni di sfruttamento e caporalato. Nonostante l’apertura di due centri di accoglienza rimangono carenti i servizi di tutela per i lavoratori e inesistente il trasporto da e verso i luoghi di lavoro. A livello nazionale, approvato dal Parlamento il ddl “anticaporalato”, ma restano da affrontare le cause strutturali dello sfruttamento.



Il “laboratorio Basilicata” si conferma un percorso a metà. Aumentano i contratti ma nei campi permangono condizioni di sfruttamento e caporalato.  Nonostante l’apertura di due centri di accoglienza rimangono carenti i servizi di tutela per i lavoratori e inesistente il trasporto da e verso i luoghi di lavoro. A livello nazionale, approvato dal Parlamento il ddl “anticaporalato”, ma restano da affrontare le cause strutturali dello sfruttamento.

Roma, 9 novembre 2016 – Da agosto a ottobre 2016, il team Terragiusta di Medici per i Diritti Umani (MEDU), in collaborazione con Arci Iqbal Masih di Venosa, ha operato in Basilicata, nell’area del Vulture-Alto Bradano, in numerosi insediamenti informali ubicati nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone. Con una clinica mobile, il team formato da una coordinatrice, un medico, un mediatore culturale e un operatore socio-legale, ha prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a 192 migranti – 177 uomini e 15 donne – provenienti per la gran parte dall’Africa sub sahariana occidentale, realizzando in totale 269 visite mediche.

Chi sono i braccianti

Dei 192 pazienti visitati, 171 hanno dichiarato di lavorare o cercare impiego nel settore agricolo. Si tratta di una popolazione giovane, con un’età media di 33 anni, per il 60% dei casi presente in Italia da più di 3 anni e, in più della metà dei casi, con un livello sufficiente di conoscenza della lingua italiana. I principali paesi di provenienza sono Burkina Faso, Costa d’Avorio e Sudan. La quasi totalità dei lavoratori (91%) era regolarmente presente in Italia ed era titolare principalmente di permessi di soggiorno per motivi umanitari (41%), lavoro subordinato e autonomo (24%) e protezione internazionale (16%). Erano inoltre presenti alcuni lavoratori con permesso di soggiorno semestrale per richiesta asilo (6%) perché in fase di ricorso contro il diniego della Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. E’ inoltre da rilevare l’incremento, rispetto agli anni passati, della popolazione femminile negli insediamenti informali, in particolare nel ghetto di Mulini-Matinelle dove vivevano circa 40 donne, in molti casi coinvolte in attività di prostituzione. Quasi tutte provenivano dalla Nigeria e avevano un’età compresa tra i 20 e i 30 anni, alcune probabilmente minori di età. La maggior parte delle donne riferiva di vivere abitualmente in Campania, tra Napoli, Castel Volturno e Casal di Principe. MEDU ha visitato e fornito orientamento sociale e sanitario – attivando anche interventi specifici, volti all’emersione del fenomeno della tratta – a 11 pazienti, che nella maggior parte dei casi si erano rivolte al medico per un sospetto di gravidanza. Nessuna era in possesso di un permesso di soggiorno.

Le condizioni di lavoro

condizioni di lavoroSecondo Confagricoltura e gli agricoltori intervistati da MEDU[1], quest’anno la campagna di raccolta del pomodoro è stata particolarmente critica: molti ettari sono stati distrutti dal maltempo, con una riduzione del 50% della produzione e il prezzo stipulato con l’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali è stato così basso[2] da non garantire un reddito adeguato alle imprese agricole[3]. A determinare la riduzione della manodopera impiegata contribuiscono inoltre la progressiva riduzione dei terreni messi a coltura e la crescente meccanizzazione del settore.

La quasi totalità dei braccianti visitati (90%) dichiara di essere stato assunto regolarmente, ma allo stesso tempo molti lavoratori lamentano di aver ricevuto solo la comunicazione dell’avvenuta assunzione senza aver mai firmato un contratto di lavoro[4]. Mediamente i braccianti sono stati impiegati per 15 giorni al mese, lavorando circa 7 ore al giorno e raccogliendo 17 cassoni da 300 kg a testa, con delle importanti oscillazioni legate alla variabilità meteorologica nonché al numero di camion – e quindi di cassoni – da riempire. Il 70% dei braccianti dichiara di essere stato pagato a cottimo, in media 3,7 euro per cassone e di non sapere se gli saranno versati i corrispettivi contributi per accedere alla disoccupazione agricola. Si configura pertanto una situazione di lavoro grigio: è presente un contratto, ma le modalità e l’entità della retribuzione non corrispondo a quanto previsto dal Contratto Collettivo Nazionale e da quello Provinciale (C.P.L.)[5] e i contributi vengono versati dalle aziende solo parzialmente, in assenza di controlli efficaci. Emblematica, a tale proposito è la dichiarazione di Bashir, paziente del Sudan: “Quando vengono a fare i controlli sul campo parlano solo con i padroni e non con i lavoratori”, non contraddetta dall’Ispettorato del Lavoro il quale afferma che i controlli riguardano esclusivamente la regolarità delle assunzioni e non le modalità con cui è impiegato il lavoratore[6]. L’accettazione di queste condizioni da parte dei lavoratori stranieri è facilmente comprensibile se si considera che l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno è subordinato al possesso di un contratto di lavoro. Inoltre, il pagamento a cottimo è più conveniente nel breve periodo, permettendo un guadagno medio di circa 60 euro al giorno, ma se non regolamentato produce una competizione tra braccia che schiaccia i più deboli e obbliga la squadra a ritmi e orari di lavoro insostenibili. Se da un lato quindi l’aumento delle ispezioni ha costituito un forte incentivo alla regolarizzazione, quantomeno formale, dei braccianti, esso tuttavia non si è ancora dimostrato uno strumento risolutivo nel contrasto delle irregolarità contrattuali e dello sfruttamento lavorativo. A ciò contribuiscono la mancanza di alternative concrete e di un’adeguata informazione sui diritti sul lavoro. A questo proposito, Dauda, paziente del Burkina Faso racconta: “Sono andato dal padrone di una grande cantina di vini e, come ogni anno, mi ha fatto il contratto di lavoro. L’ho pagato 450 euro. Poi ho anche lavorato per lui circa 20 giorni a 5 euro l’ora ma me ne ha versati solo tre o quattro”.

Per quanto concerne l’intermediazione di manodopera, il 70% dei braccianti intervistati ha dichiarato di lavorare per conto di un caporale il quale trattiene una percentuale variabile per ogni cassone raccolto (da 0,50 a 2 euro) e di pagare per il trasporto in auto in media 4,5 euro. L’istituzione nel 2014 delle liste di prenotazione pubbliche ha determinato nel primo biennio un significativo incremento del numero dei lavoratori assunti attraverso tali liste (820 nel 2014 e 920 nel 2015), seguito nel 2016 da una contrazione (600 lavoratori) che è probabilmente da attribuire non ad un calo percentuale, ma ad una complessiva riduzione del numero di lavoratori impiegati nel settore a causa della criticità descritte. Nonostante l’aumento dei contratti, la figura del caporale resta centrale per il reclutamento e il pagamento dei lavoratori, nonché per l’organizzazione e il trasporto delle squadre di lavoro, in mancanza di un servizio efficace che garantisca realmente l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e di un sistema di trasporto verso le aziende. Inoltre la chiamata dei lavoratori avviene in modo nominale e non in base all’ordine di iscrizione. In tal modo accade che siano gli stessi caporali ad indicare al datore di lavoro quali lavoratori assumere.

La questione abitativa: casolari, centri di accoglienza e sgomberi

Questione AbitativaNonostante l’apertura di due centri di accoglienza a Palazzo San Gervasio e a Venosa, MEDU stima che anche quest’anno circa 1000 lavoratori stranieri abbiano trovato rifugio in case abbandonate, baracche e tende nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone. Si tratta di edifici fatiscenti, dislocati in luoghi isolati e privi di acqua, luce e servizi igienici.

Tali insediamenti informali hanno conosciuto un’ulteriore espansione rispetto alla stagione precedente in seguito allo sgombero del ghetto di Boreano avvenuto nel luglio 2016. Già con una prima ordinanza dell’ottobre 2014, il Comune di Venosa aveva disposto che venissero liberati i fabbricati e le aree circostanti e demoliti gli edifici dichiarati inagibili, ma di fatto solo cinque casolari sono stati abbattuti. Tra il 2015 e il 2016 una serie di tragici accadimenti interessano contrada Boreano: nel settembre 2015, Immah, un ragazzo ghanese di 25 anni, viene trovato impiccato senza vita in un rudere e nel 2016 tre incendi colpiscono l’area[7]. Dopo un primo allontanamento “informale” a febbraio dei pochi abitanti rimasti nel ghetto e altre due ordinanze a giugno 2016, lo sgombero avviene definitivamente il 28 luglio, ma solo pochi lavoratori stranieri si spostano nei centri di accoglienza allestiti. Il perché è ben illustrato dalle parole di due lavoratori del Burkina Faso: “Nel centro di accoglienza non si trova lavoro e non ci sono autobus per andare a lavorare. I capi hanno paura di avvicinarsi e gli italiani non ti vengono a prendere. Il trasporto da lì costa 10 €, il doppio di quanto paga chi abita nei casolari”.

La gestione dei centri di accoglienza è stata affidata per il terzo anno dalla Regione Basilicata alla Croce Rossa Italiana. I centri – la ex-cartiera di Venosa e l’ex-tabacchificio di Palazzo San Gervasio – sono stati aperti rispettivamente a metà maggio e metà agosto e fino alla chiusura a fine ottobre hanno ospitato in totale 390 persone. Anche quest’anno, come nei precedenti, potevano accedervi solo i lavoratori titolari di permesso di soggiorno, previa iscrizione alle liste di prenotazione. La capienza massima di ciascun centro è di 150 unità e constano di un’unica zona che fa da dormitorio e cucina. Il dormitorio si compone di piccole stanze da massimo quattro posti letto, ricavate da separé e arredate esclusivamente con brandine e materassi ignifughi donati dalla Caritas. La cucina è dotata di due/tre piastre elettriche e nel centro di Venosa non erano presenti, al momento della visita effettuata dal team di MEDU[8], tavoli e sedie per mangiare. All’esterno si trovano i bagni e le docce – quattro nel centro di Venosa, cinque in quello di Palazzo San Gervasio – e due tende per la socializzazione e per ospitare visitatori o eventuali progetti.

Al momento della visita erano presenti 50 persone nel centro di Venosa e 44 nel centro di Palazzo San Gervasio, con in media un bagno ogni 10 ospiti e un fornello ogni 20. Il personale era composto da volontari e dipendenti della CRI, in assenza di mediatori culturali e di operatori sociali con conoscenze specifiche su immigrazione e lavoro, come sarebbe fortemente raccomandato in un contesto con le criticità descritte. Non essendo previsti trasporti per e dai luoghi di lavoro, il ricorso al caporale ha continuato a rappresentare l’unica possibilità per raggiungere i campi. Per il terzo anno quindi i centri hanno funzionato da semplici dormitori, peraltro con standard insufficienti, invece di assolvere alla funzione per la quale erano stati concepiti, quella cioè di offrire servizi a tutela dei lavoratori e di agevolare l’incontro tra questi e i datori di lavoro. D’altra parte, secondo la normativa vigente, sarebbero i datori di lavoro a dover garantire un alloggio adeguato alla manodopera. Secondo i dati forniti dagli amministratori dei Comuni di Venosa e Palazzo San Gervasio intervistati da MEDU nel settembre 2014 e confermati dalla Delibera comunale del Comune di Venosa[9] – di cui quella di Palazzo San Gervasio è gemella – nel 2014 l’apertura e l’allestimento dei due centri sarebbero costati circa 400mila euro. Se tali fondi fossero stati investiti direttamente nei centri storici dei Comuni interessati dalla stagione di raccolta, con un affitto medio di 300 euro per quattro persone, sarebbe stato possibile prendere in affitto più di 1000 abitazioni, favorendo l’autonomia dei lavoratori e sostenendo con un piccolo reddito la popolazione locale.

Un passo avanti nella direzione di una maggiore tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori è stato l’istituzione della residenza virtuale per cittadini senza fissa dimora, che consente l’accesso ai servizi sociali e sanitari territoriali[10]. Tuttavia l’iscrizione anagrafica è limitata ai titolari di permesso di soggiorno per protezione internazionale o motivi umanitari, escludendo i titolari di altre tipologie di titolo di soggiorno. Medici per i Diritti Umani e Arci hanno pertanto chiesto di estendere il diritto all’iscrizione a tutte le persone straniere regolarmente soggiornanti.

La salute e l’accesso alle cure

i bracciantiSoltanto il 56% dei pazienti regolarmente soggiornanti visitati dall’unità mobile di MEDU era in possesso della tessera sanitaria con l’assegnazione di un medico di medicina generale. La scarsa integrazione sanitaria è dovuta principalmente alla mancanza di informazioni sulla procedura di iscrizione, all’elevato grado di mobilità dei lavoratori, impiegati in modo stagionale, alla precarietà delle condizioni di vita, all’impossibilità di ottenere l’iscrizione anagrafica per i titolari di permesso di soggiorno che non sia per protezione internazionale o motivi umanitari e per i lavoratori che vivono fuori dai centri di accoglienza. Di conseguenza, la principale modalità di accesso alle cure è rappresentata dal ricorso al pronto soccorso, che non può in alcun modo garantire la continuità terapeutica propria del medico di base. Questo dato è particolarmente preoccupante se si considera che tra i pazienti visitati dall’unità mobile di MEDU, circa il 25% aveva un’età compresa tra i 36 e i 50 anni e circa il 5% aveva oltre i 50 anni, fasi della vita in cui è necessario effettuare accertamenti frequenti per malattie croniche e partecipare a programmi di screening.

Le patologie più frequentemente riscontrate sono state le patologie muscolo-scheletriche (23%), dell’apparato respiratorio (23%), dell’apparato digerente (19%). Si tratta nella maggior parte dei casi di disturbi correlati alle critiche condizioni abitative e lavorative. Seguono i cosiddetti “disturbi mal definiti” (8,7%), ovvero vaghi e non correlati ad una diagnosi specifica, quali cefalee, disturbi del sonno, malessere generale, che riflettono una condizione di malessere tanto fisico quanto psichico, correlato verosimilmente alla alta precarietà di vita delle persone visitate. Altre patologie riscontrate sono quelle cutanee (6,9%) e di natura infettiva, prevalentemente gastroenteriti virali e micosi cutanee (5%). Tra queste non sono state riscontrate patologie da importazione.

Per far fronte all’aumento di pazienti stranieri durante il periodo di raccolta, l’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP) ha attivato dal mese di giugno l’ambulatorio per stranieri di Venosa potenziando il servizio con l’apertura ad agosto di una struttura omologa a Palazzo San Gervasio. Come negli anni precedenti, il team dell’ambulatorio è composto da un medico, afferente dalla medicina specialistica a Venosa e dalla medicina generale a Palazzo San Gervasio, da un infermiere e da un referente amministrativo con lo scopo di gestire l’integrazione sanitaria. Secondo i dati dell’ASP relativi al 2015, anno in cui era operativo solo l’ambulatorio di Venosa, sono stati registrati 56 accessi, prescritti 19 esami diagnostici strumentali e somministrati farmaci in 37 casi. Gli ambulatori stagionali rappresentano un modello virtuoso perché, oltre ad essere aperti a tutti i lavoratori stagionali indipendentemente dal loro status giuridico, facilitano la regolarizzazione sanitaria grazie alla presenza di personale amministrativo che provvede all’iscrizione al SSN dei pazienti stabilmente soggiornanti in Basilicata e in regola con i documenti, o al rilascio della tessera STP (Straniero temporaneamente presente) ai pazienti che non sono in possesso di un permesso di soggiorno. Infine la frequenza di apertura – 4 giorni a settimana- e la presenza di medici specialisti, garantiscono un servizio altamente fruibile e di qualità. Gli aspetti critici sono rappresentati dall’assenza di mediatori culturali e dalla difficile accessibilità, in assenza di trasporti pubblici. Nell’area di Palazzo San Gervasio infatti, l’unico trasporto è stato garantito dagli operatori di Caritas Acerenza attraverso un servizio navetta tra l’insediamento di Mulini-Matinelle ed il Punto Salute.

Conclusioni

La Basilicata ha rappresentato nel corso degli ultimi anni, e in particolare a partire dal 2014, un laboratorio di pratiche volte al superamento dell’illegalità e dello sfruttamento lavorativo in agricoltura. Molti dei provvedimenti adottati, seppur virtuosi nell’intento, si sono dimostrati però solo parzialmente efficaci, rappresentando l’avvio di un percorso e non la soluzione al problema. È il caso ad esempio delle liste di prenotazione, che in assenza di una diffusione sul territorio e nei luoghi di accoglienza, di un’informazione capillare e di un sistema trasparente di reclutamento, si sono dimostrate di fatto scarsamente efficaci nel garantire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro e il superamento del caporalato. O ancora dei centri di accoglienza che, in assenza di un servizio di trasporti e di mediatori culturali e operatori in grado di fornire un orientamento mirato sui temi del lavoro e dell’accesso ai diritti e ai servizi, sono stati poco fruiti e non hanno di fatto contribuito a contrastare le dinamiche di sfruttamento e illegalità. Le stesso si può concludere in relazione alle ispezioni, il cui aumento rappresenta certamente un importante passo avanti, ma ancora insufficiente dal momento che riguarda solo la regolarità dell’assunzione e non le condizioni di lavoro. In base all’esperienza diretta e ai dati e le informazioni descritte, MEDU intende formulare alcune raccomandazioni a breve e medio termine, auspicando che il percorso intrapreso possa essere proseguito con maggiore decisione e incisività.

In relazione ai centri di accoglienza si raccomanda la presenza al loro interno di un presidio stagionale dell’ufficio per l’impiego, che non solo gestisca le liste di prenotazione ma funga da punto di informazione e supporto ai lavoratori che trovano impiego nei campi. Pare inoltre indispensabile garantire un servizio di trasporto – oggi fornito unicamente dai caporali- come peraltro previsto dal Contratto Provinciale del Lavoro[11] nonché la presenza di mediatori culturali e operatori in grado di offrire un orientamento socio-legale ai lavoratori. Nel medio termine e con un adeguato coinvolgimento della popolazione, ai centri di accoglienza è sicuramente preferibile l’adozione di politiche abitative basate su un piano di accoglienza diffusa all’interno dei centri abitati, prevedendo un contributo alla locazione delle abitazioni sfitte e l’istituzione di uno sportello informativo stagionale che permetta l’incontro della domanda e dell’offerta sia lavorativa che di alloggi, da affiancare ai centri per l’Impiego. Per quanto riguarda la regolarizzazione sanitaria e l’accesso alle cure, appare imprescindibile fornire gli ambulatori di mediatori culturali, prevedere una formazione specifica del personale impiegato e permettere l’iscrizione anagrafica ai titolari di qualsiasi tipologia di permesso di soggiorno.

Più in generale, numerose sono state le iniziative legislative adottate a livello nazionale negli ultimi anni con il fine di contrastare lo sfruttamento dei braccianti in agricoltura e il caporalato[12], ultima delle quali il ddl del 18 ottobre 2016 sul contrasto del caporalato e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura[13]. Quest’ultimo, oltre a riformulare il reato di caporalato, allarga la responsabilità al datore di lavoro che “sottopone i lavoratori a condizioni di sfruttamento”, introducendo inasprimenti delle pene[14] per chi recluta manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi e chi utilizza, assume o impiega manodopera anche mediante l’attività di intermediazione. Si tratta di provvedimenti, in particolare quest’ultimo, di estrema rilevanza, ma all’azione penale repressiva[15] è indispensabile affiancare strumenti e politiche che affrontino in modo deciso le cause dello sfruttamento, che risiedono in un intero modo di produzione, basato su “una filiera malata, che comprime i costi a scapito dei diritti di chi lavora”[16].


Le foto della stagione di raccolta
Il video dei centri di accoglienza realizzato dagli studenti della Legal Clinic dell’Università Roma Tre

Nel gennaio 2014 Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha avviato il progetto “Terragiusta. Campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura”. Il progetto è realizzato con il supporto di: Fondazione Charlemagne, Open Society Foundations, Fondazione con il Sud e Fondazione Nando Peretti. I partner del biennio 2016-18 sono: Flai-Cgil di Gioia Tauro, Comune di Rosarno, Arci Iqbal Masih di Venosa, Terra!Onlus, Zalab, Amisnet.

Per maggiori informazioni:
Ufficio stampa
3343929765 / 0697844892
info@mediciperidirittiumani.org

Terragiusta


NOTE:
[1] Intervista al dott. Roberto Viscido, Coordinatore Confagricoltura Basilicata, 30 settembre 2016.

[2] Il prezzo stipulato a giugno con l’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetaliè di 87 euro alla tonnellata per il pomodoro tondo e di 97 euro per il lungo. Si veda:www.corriereortofrutticolo.it/2016/06/10/pomodoro-industria-raggiunta-lintesa-al-sud-prezzi-medi-crescita/

[3] http://agronotizie.imagelinenetwork.com/vivaismo-e-sementi/2016/06/13/pomodoro-da-industria-c-e-l-accordo-quadro-per-il-sud/49147

[4] Art. 14 – Contratto individuale: Tra il datore di lavoro e l’operaio a tempo indeterminato o determinato con contratto di lavoro stipulato ai sensi delle lettere b) e c) degli articoli 21 e 22, dovrà essere redatto, firmato e scambiato, all’atto dell’assunzione o del passaggio a tempo indeterminato degli operai di cui alla lettera a) degli articoli 21 e 22 con le modalità previste dall’art. 23 […]. Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per gli operai agricoli e florovivaisti, firmato da tutte le parti sociali,gli enti datoriali e valido dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2017 (http://www.flai.it/wp-content/uploads/CCNL-Operai-Agricoli-e-florovivaisti.pdf)

[5] Nel C.P.L. di Potenza, che tuttavia risulta scaduto il 31 dicembre 2015,è previsto il pagamento a giornata di 39,67 €. Contratto Provinciale del Lavoro di Potenza valido dal 01 Gennaio 2012, fino al 31 Dicembre 2015.

[6] Dichiarazione dell’Ispettorato del Lavoro in occasione del Tavolo di Coordinamento indetto il 14 settembre 2016 dalla Prefettura di Potenza per individuare le modalità di attuazione delle azioni previste dal protocollo contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura “Cura, legalità, uscita dal ghetto”. All’incontro hanno partecipato rappresentanti della Regione Basilicata, delle locali Forze dell’ordine, delle direzioni territoriali degli enti sottoscrittori del documento nazionale, dell’Inail e dell’ASP, nonché i segretari regionali delle Organizzazioni Sindacali di categoria coinvolte, i responsabili delle Associazioni datoriali del comparto agricolo e delle Associazioni di volontariato e del terzo settore impegnate in materia di assistenza sanitaria e umanitaria.

[7] La notte del 15.01.2016 viene appiccato un incendio e molti dei ragazzi residenti perdono effetti personali e documenti; seguiranno ulteriori incendi di minore entità il 07.05.2016 (provocato probabilmente dal fornello a gas di un bracciante) e il 01.08.2016.

[8] La visita al centro di accoglienza di Venosa si è svolta il 17.08.16, quella al centro di Palazzo San Gervasio il 31.08.16.

[9] Delibera di Giunta Comunale di Venosa n° 12 del 21.08.2014.

[10] Delibere dei Comuni di Palazzo San Gervasio e Venosa, rispettivamente del settembre 2015 e del giugno 2016.

[11] Il C.P.L. (Contratto Provinciale del Lavoro di Potenza 2012-2015).prevede, agli Art. 13 e 14, che si possano “attivare su tutto il territorio convenzioni con la Regione Basilicata per programmare flussi rilevanti di manodopera stagionale agricola”e, dove non fosse possibile l’utilizzo del mezzo pubblico e l’azienda non fosse in grado di fornire un adeguato mezzo di trasporto ai lavoratori per recarsi dalla località di residenza, “all’azienda viene riconosciuta una indennità a titolo di rimborso spese pari a 2,00 euro da Km 4 a Km 12, di 3 euro superiore a Km 12 e fino a Km 20, di 4 euro superiore a Km 20”.

[12] Tra queste, il d.lgs n. 109/2012 che recepisce la direttiva n.52/99 dell’UE sul regime di protezione delle vittime di grave sfruttamento, la Rete del lavoro agricolo di qualità del settembre 2015, il Protocollo Sperimentale contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura “cura, legalità, uscita dal ghetto” del maggio 2016.

[13] Ddl 2217 – dal 18 ottobre 2016 diventato Legge – “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”.

[14] Tra le varie misure è prevista la reclusione da uno a sei anni (più una multa da 500 a mille euro per ciascun lavoratore), e fino a otto anni in caso di minacce o violenze (parimenti la multa sale da mille a 2 mila euro per lavoratore). È inoltre prevista la confisca dei beni e l’adozione di misure che preservano l’operatività dell’azienda e, di conseguenza, l’occupazione dei lavoratori.

[15] Si leggano, a tale proposito: “Leggi, migranti e caporali. Prospettive critiche e di ricerca sullo sfruttamento del lavoro in agricoltura”, a cura di Enrica Rigo, Pasini, 2015; “Caporalato. Un reato come un altro”, di Velia Addonizio, su il Fatto Quotidiano online http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/25/caporalato-un-reato-come-un-altro/2762055/

[16] http://www.filierasporca.org/