TERRAINGIUSTA

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Presentato oggi a Roma il rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri in agricoltura, realizzato da MEDU in collaborazione con ASGI ed LTPD. Un quadro di privazione dei diritti più elementari che non riguarda solo il Meridione ma che interroga l’intera comunità nazionale.

Comunicato Terraingiusta

Roma, 9 aprile 2015 – Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha presentato oggi, presso la Sala della Stampa Estera a Roma, “Terraingiusta. Rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri in agricoltura”. Frutto di testimonianze e dati raccolti nel corso di undici mesi, in cinque territori dell’Italia centrale e meridionale, Terraingiusta denuncia la drammatica attualità delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura: lavoro nero o segnato da gravi irregolarità contributive, sottosalario, caporalato, orari eccessivi di lavoro, mancata tutela della sicurezza e della salute, difficoltà nell’accesso alle cure, situazioni abitative ed igienico-sanitarie disastrose. Seguendo il ciclo delle stagioni agricole i team di MEDU si sono spostati dalla Piana di Gioia Tauro in Calabria, alla Piana del Sele in Campania, dal Vulture Alto Bradano in Basilicata all’Agro Pontino nel Lazio. Nel periodo estivo è stata inoltre monitorata la raccolta del pomodoro nell’area della Capitanata in Puglia. Per mezzo di cliniche mobili, gli operatori di MEDU hanno svolto un servizio di prossimità a bassa soglia, mappando e raggiungendo gli insediamenti abitativi dei lavoratori immigrati, prestando prima assistenza medica, fornendo informazioni e orientamento socio-sanitario. Sono stati 788 i migranti intervistati, dei quali 744 hanno ricevuto assistenza sanitaria per un totale di 876 consulti medici.

In tutti i territori, la gran parte dei lavoratori stranieri assistiti dal team di MEDU era in possesso di un regolare permesso di soggiorno: per motivi di lavoro nelle aree a maggior presenza stanziale come la Campania e il Lazio, per protezione internazionale o motivi umanitari nei contesti con maggior flusso stagionale come la Calabria oppure ancora con caratteristiche miste in Basilicata. La percentuale di migranti in condizione di irregolarità è risultata trascurabile nell’Agro Pontino e nel Vulture Alto Bradano e ridotta a non più di un quarto dei migranti assistiti nella Piana del Sele e nella Piana di Gioia Tauro.

Il fenomeno del lavoro nero è apparso in tutta la sua negativa rilevanza nella Piana di Gioia Tauro dove l’83% dei migranti incontrati dagli operatori di MEDU lavorava senza contratto. Tuttavia anche negli altri territori dove i lavoratori con contratto sono risultati essere la maggioranza – circa i due terzi nella Piana del Sele e nel Vulture Alto Bradano e quasi il 90% nell’Agro Pontino – il lavoro grigio rappresenta una modalità diffusa e pervasiva, caratterizzata da sottosalario e da irregolarità contributive. In altre parole, la presenza di un contratto non rappresenta affatto per il migrante la garanzia di un equo rapporto di lavoro. In particolare in tutti i contesti i contributi dichiarati sono risultati, nella maggior parte dei casi, nettamente inferiori al numero di giornate lavorative effettivamente svolte così come anche il salario, sia in presenza di contratto sia di lavoro nero, è risultato sensibilmente ridotto – in genere dal 30 al 40% – rispetto ai minimi giornalieri garantiti dal contratto nazionale e dai contratti provinciali di lavoro.

La pratica del caporalato è diffusa in tutti i contesti di intervento e in modo particolarmente pervasivo nei territori con maggior presenza di lavoratori stagionali come la Piana di Gioia Tauro e il Vulture Alto Bradano, dove rispettivamente i due terzi e la metà dei migranti intervistati da MEDU hanno ammesso di aver dovuto ricorrere a tale tipo di intermediazione illecita per trovare lavoro. D’altro canto, in un territorio come l’Agro Pontino, dove la quasi totalità dei lavoratori è stanziale, il fenomeno del caporalato si presenta con caratteristiche peculiari abbracciando l’intero ciclo del lavoro, a partire dal reclutamento nel paese d’origine, e assumendo talvolta le caratteristiche di una vera e propria tratta di esseri umani.

Nei territori caratterizzati da forti flussi stagionali di braccianti come la Piana di Gioia Tauro, il Vulture Alto Bradano e la Capitanata, le condizioni abitative ed igienico-sanitarie sono apparse assai gravi senza alcun sensibile miglioramento rispetto agli anni precedenti. Baraccopoli e casolari fatiscenti rappresentano ancora oggi il drammatico quadro da “crisi umanitaria” che segna il paesaggio di queste campagne. In particolare in Calabria, il 79% dei migranti assistiti alloggiava in insediamenti precari privi di qualsiasi servizio mentre in Basilicata viveva in queste condizioni addirittura il 98% dei braccianti.

Dal punto di vista sanitario, le principali patologie rilevate in una popolazione giovane, con un’età media tra i 30 e i 39 anni, sono risultate essere in molti casi correlate alle dure condizioni di lavoro nei campi e alle critiche situazioni di precarietà sociale, abitativa e igienico-sanitaria riscontrate nei territori di intervento.

Di fronte, dunque, a un fenomeno di sfruttamento di così ampie proporzioni, le risposte delle istituzioni territoriali e nazionali sono state in questi anni del tutto insufficienti. Del resto, se alcuni contesti appaiono impermeabili a ogni trasformazione, in altri territori qualcosa sembra cambiare. Nel corso della scorsa stagione, i governi regionali di Puglia e Basilicata hanno avviato dei piani organici con il preciso obiettivo di migliorare le condizioni lavorative e abitative dei migranti impiegati in agricoltura. Se da un lato, però, le strategie messe in campo dalle due Task Force create ad hoc, hanno avuto il merito di affrontare il problema in tutta la sua complessità, tenendo conto di molteplici aspetti, dall’altro, la realizzazione concreta degli specifici interventi ha dimostrato gravi carenze sia negli aspetti della pianificazione sia in quelli più propriamente operativi. In Puglia, in particolare, l’iniziativa “Capo free ghetto off”è rimasta in gran parte inattuata.

In conseguenza della gravità del quadro riscontrato in tutti i territori d’intervento, MEDU chiede alle istituzioni locali e nazionali l’adozione di alcuni provvedimenti urgenti, volti a migliorare fin dalla prossima stagione le condizioni di vita e di lavoro dei migranti impiegati in agricoltura. Allo stesso tempo si rende necessario l’avvio di programmi e interventi integrati per affrontare la questione in tutta la sua complessità nel medio e lungo periodo. Tali provvedimenti devono necessariamente superare l’approccio emergenziale e tener conto di più aspetti interconnessi: lavoro, accoglienza, assistenza sanitaria, trasporti, tutela legale, contrasto del caporalato e sostegno alle imprese etiche. A conclusione del rapporto vengono formulate alcune proposte operative articolate in sette punti: una strategia integrata contro il sistema dello sfruttamento; una programmazione di medio e lungo periodo fuori dall’emergenza; leggi e investimenti per il rilancio dell’agricoltura; una cultura della legalità; minime condizioni di accoglienza per gli stagionali; soluzioni abitative oltre le tendopoli; accesso alle cure all’interno del Servizio sanitario nazionale.

Nel corso della conferenza stampa i ricercatori dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e del Laboratorio di Teoria e Pratica dei Diritti (LTPD) dell’Università di Roma Tre hanno inoltre illustrato i risultati dell’analisi, realizzata all’interno del rapporto, della cosiddetta Legge Rosarno. Ad oltre due anni dalla sua emanazione, essa appare incapace di cogliere la complessità delle relazioni produttive e le trasformazioni che hanno investito la composizione del lavoro agricolo, così come di contrastare efficacemente il fenomeno dello sfruttamento lavorativo, nonché la debolezza giuridica e l’emarginazione sociale del lavoratore.

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Ufficio stampa Medu – 3343929765 / 0697844892 info@mediciperidirittiumani.org

Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha avviato a gennaio 2014 il progetto “TERRAGIUSTA. Campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura” in collaborazione con l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e il Laboratorio di Teoria e Pratica dei Diritti (LTPD) del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre. Il progetto e il rapporto TERRAINGIUSTA sono stati realizzati con il sostegno della Fondazione Charlemagne, di Open Society Foundations, della Fondazione con il Sud e della Fondazione Nando Peretti.