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Categories: Comunicati


Alla frontiera italo-francese centinaia di migranti in condizioni disumane sotto un viadotto
Testimonianza di Lia Trombetta, volontaria Medu


Ventimiglia profughi

Abbiamo deciso di recarci a Ventimiglia dopo aver ricevuto diverse segnalazioni sullo sgombero dei migranti presenti al confine italo-francese e sulle modalità dell’intervento delle forze dell’ordine.

Siamo arrivati all’accampamento informale alle nove e mezza di sera del 20 Maggio. Ci sono circa 200 persone in fila per mangiare. Sono tutti giovani uomini.

Al momento ci sono una trentina di tende e, dietro un muro, tantissime persone che dormono.

Nel campo non c’è accesso all’acqua, all’elettricità, non ci sono bagni. I ragazzi vanno a lavarsi nel fiume.

Chiedo a uno di loro dove vanno al bagno. Mi indica gli alberi che si trovano intorno agli argini del fiume rispondendomi: “in the jungle… it is really difficult for us, it is smelling” (nel bosco… è molto difficile per noi, c’è un cattivo odore).

I migranti vanno a fare colazione alla Caritas. L’unico pasto che gli viene fornito al giorno è una scatoletta di tonno con un quarto di baguette, a volte un uovo, un frutto o un pezzo di colomba.

Tutto il resto del cibo che viene distribuito proviene dall’azione di privati, associazioni e centri sociali.

Durante le visite incontriamo diversi sudanesi che ci raccontano la loro storia.

Ventimiglia profughi 21.5 (13)FATIH
Nord-sudanese di 28 anni, Fatih è stato incarcerato più volte nel suo paese per aver lavorato in Israele per tre anni.
Fatih ci racconta che aveva una fidanzata che voleva sposare. Nel 2012 va a lavorare in Israele dopo aver imparato la lingua ebraica. Lavora in un supermercato e poi in una farmacia.
Guadagna.
Dopo tre anni torna in Sudan per sposarsi. La polizia lo ferma: per il governo del Sudan non poteva andare in Israele.
Sta in carcere per tre mesi. Ogni giorno gli fanno lo stesso interrogatorio: perché sei andato in Israele? sai che ci ha creato tanti problemi? abbiamo avuto tre bombardamenti.
In carcere mangiava solo una volta al giorno. Dopo tre mesi esce; poi viene nuovamente incarcerato con l’accusa di collaborare con lo Stato israeliano.
Viene nuovamente interrogato e trattenuto alcune ore, poi rilasciato. Per queste continue incarcerazioni ingiuste ritiene che ormai la sua vita in Sudan sia impossibile.
Ha alcuni amici in Francia e un uomo nella polizia che è disposto ad aiutarlo ad andare via , ma gli raccomanda di non tornare.

Parte in autobus per l’Egitto, dove incontra un trafficante egiziano che gli ha organizzato il viaggio fino in Italia per 2000 dollari. Dice che ogni egiziano ha un gruppo di rifugiati (7-10), che sono tenuti fermi in un posto (nel loro caso in una farmacia) fino al momento buono per partire.
Prendono un autobus che li porta fino alla costa, dove poi sono fatti salire su una piccola barca. Dalla piccola barca sono poi trasferiti su una barca molto più grande, che si trova a dieci miglia di distanza dalla costa. Vivono fermi su questa barca per circa dieci giorni, fino ad arrivare a circa 500 persone provenienti da Somalia, Eritrea, Sudan, Siria, Egitto.

Ci sono tanti bambini e donne. Ogni giorno ognuno beve solo mezza tazza d’acqua e mangia un piccolo pezzo di pane. L’uomo che guida la barca è egiziano, vive anche lui tutto il tempo sulla barca con gli altri. Le persone sono preoccupate, i bambini piangono e fanno molto rumore. Il viaggio in Italia dura 7 giorni.
Poco prima di arrivare sulle coste italiane, vengono intercettati dalla polizia italiana e spagnola che li soccorre, 300 persone vengono fatte salire su una barca e 200 su un’altra, poi condotti a Palermo. Appena sbarcati parlano con un medico e vengono interrogati dalla polizia.

La polizia non dispone di un mediatore e quindi Fatih non può comunicare né in inglese né in arabo. Gli prendono le impronte, chiede il perché ma nessuno gli risponde. Decide di buttare i documenti che gli danno nella spazzatura, poiché pensa che sia il foglio di via.

Fatih ha provato a passare la frontiera tre volte, in treno, in autobus, a piedi. Arrivato in Francia a Nizza lo fermano, chiamano la polizia italiana, viene riportato indietro.
Qualcuno ce l’ha fatta passando per le montagne fino a Nizza, prendendo l’autobus fino a Marsiglia e arrivando poi a Parigi. E’ un tragitto che si può fare solo a piedi. Bisogna camminare solo durante la notte e durante il giorno fermarsi e dormire dove ti trovi. Qualche giorno fa è riuscito ad arrivare a Monaco, camminando per sette ore.

Durante la nostra permanenza nel campo assistiamo anche all’assemblea pubblica, durante la quale ci si confronta su varie strategie e su come rimanere visto che ci sono voci su probabili sgomberi nei prossimi 3-4 giorni.

Mi si avvicina Abdu, di 26 anni, del West Darfur, mi chiede se ho l’abitudine di scrivere tutto e inizia a raccontarmi la sua storia.

ABDU UMARVentimiglia profughi 21.5 (27)
“Come sai il Sudan è stato diviso in Nord e Sud. La guerra era nel sud , io ero nell’esercito. L’esercito provò a combattere la rivoluzione. Nel 2000 la popolazione vide ‘la luce della pace’. Poi è iniziata la guerra. Il governo torturava i giovani. Sai in Darfur non ci sono ospedali, non c’è educazione, non ci sono scuole. Il governo promette un lavoro, un futuro per noi e per i nostri figli.
Lo fa per spingerti ad arruolarti, ma sono tutte bugie. Le persone hanno iniziato a capire il gioco del governo e allora le autorità hanno deciso di dividere il paese in 5 stati: Nord, Sud, Est, West e Middle.
Questo è stato l’inizio della separazione del Darfur e della guerra tra i diversi stati e tra le tribù dello stesso stato per ottenere il potere.
Poi c’erano i Janjaweed. Sono contro il governo e contro la rivoluzione, sono come terroristi, simili a Boko Haram.
Ogni tribù ha i suoi Janjaweed che si attaccano a vicenda.Vanno nei villaggi , rubano e uccidono.
Il governo e il movimento hanno capito che i Janjaweed erano troppo pericolosi, quindi le istituzioni hanno deciso che nessuno doveva avere più armi, a meno che non facesse parte del governo.
In quel momento facevo parte dell’esercito governativo mentre il mio amico fraterno era nell’esercito rivoluzionario.
Nella mia condizione vedevo centinaia di migliaia persone morire ed io ho partecipato attivamente a tutto questo se no non sarei qui a parlare. I Janjaweed diventavano progressivamente più deboli e confluirono in prevalenza nell’esercito rivoluzionario. Il fronte rivoluzionario si divise e si formarono 3-4 movimenti contro il governo.
Qualcuno voleva un unico Darfur , qualcuno un solo Sudan…

Dopo un po’ Abud ci lascia per tornare nel campo. Facciamo altre visite.

Arriva un ragazzino che ci fa segno sull’orecchio destro come per indicare uno schiaffo dicendo “police, police”. Dopo un po’ un altro mi aiuta a tradurre dall’arabo “doctor! Questo ragazzo riferisce che la polizia gli ha dato uno schiaffo sull’orecchio, ora non sente più da quel lato.”
Si chiama Mustafa e anche lui viene dal Sudan.

Riferisce di essere stato portato in caserma il 20 maggio, dopo che la polizia lo ha preso mentre cercava di superare il confine. Ci spiega che le forze dell’ordine hanno cercato di costringerlo a fornire le impronte digitali, nonostante il suo rifiuto. Per questo gli hanno inferto uno schiaffo all’orecchio destro.

Come Mustafa, anche Ahmed, venti anni, è stato riportato indietro dalla Francia. In questura gli chiedono di lasciare le impronte e al suo rifiuto ci ha raccontato di aver subito varie manganellate sul dorso, sul collo, sul braccio destro e sulle gambe. Entrambi saranno inviati immediatamente al pronto soccorso dove verranno visitati in serata e saranno refertate le lesioni a noi già descritte. Il medico del pronto soccorso diagnostica una lesione a livello del timpano destro di Mustafa.

Dalla stazione arriva una famiglia con un bambino di 5 mesi e mezzo. Sono partiti dal Sudan 10 giorni fa. Sono arrivati in aereo in Egitto, sono stati portati da un trafficante fino alla costa, dalla barca piccola a quella grande.
Con loro in barca c’erano 170 persone. Hanno pagato 4000 euro per tutta la famiglia per arrivare a Taranto. Tutte le donne con bambini viaggiano in un ambiente chiuso sottocoperta e i padri e i ragazzi sul ponte.

Ci raccontano che a Taranto vengono trattenuti tre giorni nell’Hotspot con la polizia che picchia e lascia senza acqua e senza cibo e senza possibilità di andare al bagno tutti quelli che non vogliono lasciare le impronte.

Il padre della famiglia per proteggere il figlio piccolo e la moglie decide di farsi indentificare.



Amelia Chiara Trombetta
Antonio G. Curotto